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Autori
Siegfried Stohr
27.07.2020
di Lorenzo Rondelli
Un libro interessante perché scritto da uno psicologo che nelle vesti di pilota in sei anni è passato dalla Formula Italia alla Formula 1. Da una monoposto con motore derivato dalla Fiat 124 sport e cambio della Lancia Fulvia all’Everest della competizione automobilistica mondiale, per intenderci. Dopo un pugno di gare in kart, debutta in Formula Italia nel 1976. Il 1977 è l’anno buono: vince il campionato di Formula Italia nonostante diverse disavventure. Nel 1979 l’esordio in Formula 2, un campionato pieno di piloti agguerriti e team ufficiali, tutti in cerca di risultati per trovare gli sponsor per il grande salto in Formula 1, dove riesce ad approdare grazie anche allo sponsor Beta. Una stagione è comunque sufficiente per dare un giudizio su colleghi e tecnici: Stohr è affascinato da Jackie Stewart, ammiratore di Michele Alboreto, del cinque volte campione del mondo Fangio e dell’eterno secondo Stirling Moss. L’autore riminese è poco tenero con gli ingegneri (“amano sempre la loro creatura, raramente amano il pilota che la guida”), spesso contro il loro pilota, reo di inquinare “la perfezione del mezzo meccanico”, mentre la categoria dei preparatori è vista di buon occhio: modificano l’auto che diventa “un piccolo Frankenstein. E il pilota è la scintilla che gli infonde la vita”. Da diverso tempo è un appassionato scalatore; il tempo gli ha permesso di trovare le ragioni dei suoi mancati risultati. Sarebbe bello che anche altri piloti avessero il fegato di scrivere in modo così spietato su se stessi.