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Luca Delli Carri
16.11.2004
di Carlo Cavicchi
Matti dalle gare, leggere per capire La regola di base di chi fa interviste è: cattive domande, cattive risposte. Ovvio che valga anche al contrario e se mai ci fosse bisogno di una riprova arriva adesso nelle librerie l'ultima opera di Luca Delli Carri che non è solo un ottimo scrittore e un grande appassionato di corse, ma è soprattutto uno capace di scavare nei personaggi per tirar fuori il tanto che hanno da dire tralasciando tutto il banale che ci può stare intorno. "Benzina e cammina" è il titolo della sua ultima fatica, oltre 650 pagine con 45 interviste (vere, esaustive, irriverenti e piene di curiosità) a piloti che hanno corso dal '47 al '74. Un libro da bere tutto d'un fiato per scoprire cose che nessuno ha mai avuto il coraggio di dire e che non si è avuta mai l'opportunità di leggere. Non potendo riassumerlo tutto, vi segnalo qualche passaggio preso in qua e in là per farvi capire di che cosa si compone questa meraviglia editoriale. Alla domanda di com'era l'ambiente dei box negli anni '50 il grande Gino Munaron, asso di quei tempi, ha risposto: "Capisci tutto se ti dico di Harry Schell, uno per cui le donne diventavano matte. A lui le corse le hanno sempre pagate le donne. Aveva sposato una vecchia americana convinto di farla morire: ancora un po' e muore lui, e lei aveva settanta e rotti anni. Ma era miliardaria... A un'altra donna fece comperare un'Aston Martin carrozzata Touring che le costò un occhio della testa. E portò nelle tasche di Harry un bel po' di soldi. Ricordo che Ferrari, per il quale un certo periodo Schell corse, un giorno gli disse: "Perché non fa mai comprare delle Ferrari alle sue amiche?" "Caro Commendatore", rispose Schell con l'erre alla Gianni Agnelli per cui lo chiamavano l'americano di Parigi, "ci vada a letto lei con quella lì: fin quando ci vado io, le vendo le macchine che voglio". A Luigi Colzani, piede pesantissimo delle gare Turismo, è stato chiesto com'era la vita in Autodelta, e lui: "...posso dire che mi hanno sabotato in diversi circuiti, facendomi perdere tempo ai rifornimenti, dandomi la macchina peggiore. Ne hanno fatte di tutti i colori. Io dovevo sempre correre con Larini, Rinaldi, Venturi, Pooky, gente cui davo tre, quattro secondi al giro, quando c'erano Zeccoli e De Adamich che se la tiravano... L'unico che credeva in me era Bussinello, il direttore sportivo che infatti quando lasciò l'Autodelta e andò alla De Tomaso mi chiamò per guidare la Pantera, e al Nurburgring li ho seminati tutti, quarantasette Porsche, e ho fatto la pole position. Peccato che proprio quel giorno De Tomaso decise di sospendere l'attività sportiva". Sui giovani piloti italiani in Ferrari, il leggendario Vaccarella risponde: "Ho conosciuto dei direttori sportivi che non erano proprio tagliati per il mestiere che facevano. Eugenio Dragoni, per esempio, direttore sportivo della Scuderia Sant'Ambroeus di Milano, favorì alcuni piloti rispetto ad altri. Come Giancarlo Baghetti, un amico, uno dei ricordi più belli dell'automobilismo di allora, ma non il leone di Reims che tutti speravano, che venne molto favorito da Dragoni. O come Giampiero Biscaldi, un ottimo amico ma non un fuoriclasse. O come Lorenzo Baldini, che fu molto agevolato da Ferrari perché sposò la causa di questo ragazzo con un'infanzia difficile alle spalle e un'adolescenza trascorsa in officina. O come Bruno Deserti, che morì davanti ai miei occhi, forse in un'operazione avventata. Ma non voglio fare polemica. Dico solo che vedere morire un ragazzo su una Ferrari P3 in pieno rettilineo a Monza ti fa pensare: "Perché questa premura?" Le fiamme lo divorarono. Fu una giornata terribile". E per restare in tema di Direttori sportivi ecco che cosa ha detto di Cesare Fiorio Alcide Paganelli, asso dei rally degli anni '60-'70: "Uno che tutte le mattine si alza pensando di essere il più furbo di tutti e cercando un modo per fregare il mondo intero. Le corse sono un ambiente strano, dove lealtà e correttezza non sono qualità molto apprezzate. Ciò nonostante ho avuto degli ottimi compagni, anche se un po' cagoni. Quelli che gestiscono lo sport dell'automobile che cosa hanno sempre sfruttato dei piloti? La loro voglia di correre. Quando un pilota sente che sta rischiando che non gli diano l'automobile e che non lo mandino a correre la prossima gara, spesso fa un passo indietro, anche se fino a cinque minuti prima si lamentava come un bambino. Io invece sono sempre andato avanti trovandomi poi da solo. Ecco, Fiorio, che oggi tutti osannano come un grandissimo direttore sportivo e che anch'io, sotto un certo punto di vista, apprezzo, ha sempre sfruttato la passione per le corse dei suoi piloti". Capito che razza di libro è questo? Che roba c'è dentro?